• Dott. Carrera | Psicologo

“Proprio non ti sopporto!” | Perchè proviamo fastidio di fronte a certe persone.


Quante volte abbiamo detto questa frase, o l’abbiamo anche solo pensata?


Ma che cos’è veramente che ci infastidisce degli altri?

Perché alcune sfumature del carattere, dell’atteggiamento o del modo di parlare di una persona proprio non le sopportiamo?

Non tolleriamo negli altri quegli aspetti che non tolleriamo in noi stessi, o meglio, che non sappiamo di non tollerare in noi stessi.

Ognuno di noi ha delle “zone d’ombra”, qualche parte di sé che non conosce perché ritiene inaccettabile, troppo dolorosa o forse semplicemente troppo lontana dalla coscienza.

Ma che queste parti non siano a noi accessibili, non significa che non esistano. Anzi, continuano a “lavorare dal sottosuolo” e a farsi sentire.

Quando la loro voce è tanto forte da rischiare di rendersi visibili alla nostra coscienza, e quindi di farci soffrire, tendiamo a “metterle fuori”, ad attribuirle a qualcun altro. In questo modo, possiamo prendere le distanze da qualcosa che ci risulta insopportabile di noi stessi: nel dire all’altro “Non ti sopporto!”, stiamo quindi dicendo a noi stessi “Tranquillo, questa cosa non mi appartiene, non sono io il problema...è lui!”.

È il meccanismo della proiezione.

Chiaramente, se è vero che non è un caso se non sopportiamo proprio quello specifico lato di una persona, è altrettanto vero che non scegliamo casualmente la persona che diventa l’oggetto della nostra proiezione. Anzi, la scegliamo proprio perché agli occhi del nostro inconscio essa possiede delle caratteristiche che fanno di lei “l’attaccapanni perfetto” per la nostra proiezione, perché, in qualche modo inconscio, essa si presta a recitare questo ruolo.


Ma quindi la proiezione è patologica?

No, la proiezione, di per sé, non è patologica: essa è un meccanismo di difesa, un modo che noi troviamo per proteggere noi stessi da qualcosa che per qualche ragione viviamo come fonte di una sofferenza eccessiva. E proteggersi dal dolore non solo non è patologico, ma è una modalità umana e funzionale a garantire l’integrità psichica.

Certo è, tuttavia, che finché riteniamo che gli altri siano portatori di qualche “macchia”, non possiamo farci granché: difficile pensare di poter cambiare un’altra persona perché ci suscita fastidio, ciò che al massimo possiamo fare è evitarla. Ma rimanere in questa dinamica rischia di crearci profonda sofferenza, in quanto questa “macchia”, in definitiva, è nostra, e pertanto la porteremo dentro di noi ovunque andremo. Prima o poi accadrà che alzerà nuovamente la voce e allora noi non potremo fare altro che individuare (sempre inconsciamente, s’intende) un’altra persona che si presti a farci da “attaccapanni”.


Come evitare tutto questo?

Non si tratta tanto di evitare di incorrere nel meccanismo della proiezione. Si tratta piuttosto, quando si incappa in esso, di riconoscerlo e di dirsi “Aspetta un momento, sono sicuro che sia proprio quell’altra persona a darmi fastidio? O forse in lui rivedo qualcosa che c’è in me e che ancora non conosco?”.

Si tratta, in fondo, di iniziare a pensare che possiamo dialogare non solo con gli aspetti di noi stessi che riteniamo gradevoli e accettabili, ma anche con queste “zone d’ombra”, queste “macchie” che ognuno porta con sé. La stanza della psicoterapia è un buon luogo per sperimentarsi in questo: la stanza della psicoterapia è un posto sicuro dove il giudizio è assente, dove si sperimenta l’ascolto attento e delicato, dove vengono rispettati i tempi e i ritmi di ciascuno. Un luogo, insomma, dove è possibile guardare anche i lati di noi che non ci piacciono poi così tanto, prendere confidenza con loro, dialogarvi e farne conoscenza. Questo permette di fare luce ove prima c’era l’ombra, riconferendo a questi aspetti di noi

quella dignità che meritano. Sì, dignità. Perché non c’è nessun aspetto dell’essere umano che non meriti dignità e rispetto. Allora le zone d’ombra non saranno più così oscure e sinistre, e ciò che prima ritenevamo delle “macchie”, magari scopriremo essere semplicemente un’altra sfumatura di colore del caleidoscopio che è la nostra persona.

 

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